Capo Sant’Elia, un faro archeologico – 22 ottobre 2008

da La Nuova Sardegna, 22 ottobre 2008

SCOPERTE.  Capo Sant’Elia, un faro archeologico.  Il campo di scavo rivela stratificazioni di straordinario interesse.   Pablo Sole

CAGLIARI.Capo Sant’Elia, questo sconosciuto. Almeno fino a qualche mese fa, quando un gruppo di archeologi guidato da Roberto Sirigu ha piazzato paletti e recinzioni sul promontorio in mano alla Marina militare per scoprire quel che non t’aspetti: duemilacinquecento anni storia, dal periodo punico fino alla seconda guerra mondiale e oltre, concentrati in pochi chilometri quadrati. E a due passi dalla città. Ricoperto da una fitta vegetazione che per decenni ha attecchito su cisterne romane, tessere di antichi mosaici, gradini scavati nella roccia e perfino una domus de janas riattata ad usi civili, il colle si sta rivelando un pozzo di storia a cielo aperto. E siamo soltanto agli inizi.
 Lo ha sottolineato ieri Sirigu presentando il bilancio dei primi sei mesi di avanscoperta in un territorio finora colpevolmente trascurato malgrado il primo importante reperto fosse stato recuperato nel 1870 da Filippo Nissardi, allievo del canonico Giovanni Spano, che portò alla luce un’iscrizione su pietra dedicata ad Astarte di Erice. Da qui l’idea che la zona ospitasse in passato un’area dedicata al culto della figura che i fenici inquadravano come “Grande madre”, i Cartaginesi “Thanit” e i romani, infine, “Venere”. Archiviata quella scoperta, archiviato il colle. Che oggi, per merito del Comune, dell’università e della soprintendenza, si vede riconosciuto un ruolo primario nell’economia archeologica del Mediterraneo: «Per il momento stiamo esaminando solo una piccola porzione della zona – ha precisato Sirigu – nell’area compresa tra la torre pisana e i resti della chiesetta di Sant’Elia. Grande è il numero delle tracce e dei reperti finora rinvenuti: si parte con i solchi paralleli tracciati dai carri che, per tantissimi anni, hanno percorso le vie d’accesso al colle, segnando le mulattiere di roccia calcarea. Probabilmente, questo traffico è da mettere in relazione con l’individuazione di una cava, e con tutta probabilità ve ne sono almeno altre dieci disseminate nel territorio». Ancora: tra i ruderi di un vecchio fortino militare, gli archeologi hanno individuato una stele che reca una serie di incisioni ancora tutte da decifrare. In questo caso, per la datazione ufficiale si attendono i responsi della decrittazione. Sono due le cisterne di origine romana scoperte sul colle, complete di vasche di decantazione e servite da una lunga rete di canali: il più esteso corre sul crinale del colle per 27 metri e, per dimensioni, è assimilabile al sistema idraulico presente a Tharros. «Abbiamo notato una scala scavata nel tufo che dal mare risale verso una trincea all’aperto – ha aggiunto Sirigu – mentre dalla parte opposta abbiamo contato 75 scalini in muratura che permettono di coprire la distanza tra Marina piccola e la cima del colle in appena cinque minuti». Vedere per credere: l’occasione la offrono il Gruppo di intervento giuridico e gli Amici della terra, che sabato 25 ottobre – appuntamento alle 9.30 nel piazzale Calamosca – hanno organizzato un’escursione guidata sul colle. E c’è da scommettere che la zona riserverà altre sorprese, ed è anche per questo che l’assessore alle Attività produttive Paolo Carta ha assicurato il massimo appoggio alla campagna di scavi, mentre il collega Giorgio Pellegrini (Cultura), ha sottolineato come «la città si sta riappropriando di un pezzo importante del territorio. Merito anche della Marina, che nel corso di questi anni ha tutelato il colle, altrimenti – ha aggiunto schietto Pellegrini – avremmo un orrore come Torre delle Stelle». Più diplomatico il sindaco Emilio Floris: «A mio parere stiamo parlando della più bella zona di Cagliari, e con questo progetto ha inizio il recupero della nostra storia». Parole importanti. Che in relazione alla vicenda Tuvixeddu, citata dall’assessore regionale ai Beni culturali Maria Antonietta Mongiu, sembrano un poco stonate: «Oggi parliamo di un’area in cui ogni stratificazione regala un pezzo di storia: è il nostro Dna identitario. E così sugli altri colli, come Tuvixeddu: l’opinione pubblica non vuole cemento, e ora è arrivato il momento di assumersi la responsabilità di uscire da questa situazione, anche perché, oggi, Cagliari si candida a diventare un polo di riferimento per la cultura nell’area mediterranea».

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