L’evoluzione della Sella del Diavolo.

la Sella del Diavolo vista dal Poetto

la Sella del Diavolo vista dal Poetto

Il promontorio della Sella del Diavolo, a Cagliari, non è solo un gioiello naturalistico e culturale, ma riveste anche straordinaria importanza sotto il profilo geologico.

Ce lo racconta con competenza e passione il prof. Alberto Marini dell’Università degli Studi di Cagliari.

Gruppo d’Intervento Giuridico onlus e Amici della Terra

 

 

Sella del Diavolo dal Poetto, con la torre spagnola

Sella del Diavolo dal Poetto, con la torre spagnola

L’evoluzione della Sella del Diavolo.

 La Sella del Diavolo, posta all’estremità ovest della spiaggia del Poetto, si trova sul promontorio al centro dell’ampio Golfo degli Angeli, nel sud della Sardegna. La leggenda dice che lì si sia seduto il diavolo, dopo aver perduto la battaglia contro gli angeli. La sella chiude verso il mare il promontorio di Monte Sant’Elia, che comprende due strutture: quella appunto della Sella del Diavolo e quella contigua dove si trovano il Faro ed il Forte di Sant’Ignazio; a separarle c’è la strada che porta alla baia di Calamosca.

Questa separazione in blocchi è molto netta e la valle dove è impostata la strada è di origine tettonica. In tempi non molto antichi anche un fiume deve aver contribuito ad incidere e plasmare questa forma, così come un corso d’acqua avrà lavorato in un paesaggio molto differente dall’attuale per darci la forma della Sella del Diavolo.

Basandosi su indizi e confronti è possibile  leggere nel paesaggio le fasi dell’evoluzione che l’hanno modificato e plasmato, mentre maggiori difficoltà si hanno nel cercare le informazioni in grado di rilevare quando queste trasformazioni hanno avuto luogo.

Le rocce di questo complesso sono di origine marina, costituite per lo più da accumuli di conchiglie ed altri resti fossili di età miocenica. Questo ci lascia solo poco tempo per la prima importante evoluzione, quella del loro sollevamento fuori dalle acque del mare e della contemporanea evoluzione per acquisire le forme che conosciamo.

Si tratta di un sollevamento non di poco conto, che ha interessato anche le altre rocce della stessa età, e tutto il basamento su cui poggiano, che caratterizzano la Sardegna da Cagliari fino a Sassari. Il sollevamento nella parte centrale dell’Isola è stato molto importante, ed ha sollevato i calcari miocenici che ritroviamo fino ad Isili intorno ai 500 metri di quota ed anche più in alto, infatti si rinvengono sedimenti miocenici anche sul Tacco di Laconi, ad oltre 700 metri di quota.

Il sollevamento può essere avvenuto solo nel Pliocene ed è continuato nel Quaternario; ne sono interessati anche i livelli del Miocene terminale, a testimonianza che in quell’epoca il settore era ancora nella sua posizione originale, sott’acqua.

sabbia

sabbia

Il sollevamento dev’essere stato relativamente lento ed in questa fase di compressione si sono riaperte le vecchie faglie nel basamento e ne sono state create di nuove, facendo si che si il sollevamento generale procedesse con una serie di gradinate, creando dei blocchi dislocati a quote differenti.

L’energia per la genesi di queste grandi forme deriva dai movimenti interni della terra, dalla stessa tettonica a zolle che fa si che Africa e Americhe si allontanino reciprocamente, anche attualmente, con movimenti di alcuni centimetri all’anno.

La Sardegna si è sollevata mentre sprofondava il Mar Tirreno, in un movimento d’isostasia e di reciproci equilibri durante il Pliocene, il periodo che segue il Miocene e precede il Quaternario, l’era in cui viviamo. Un sollevamento di un solo millimetro all’anno comporta in un milione di anni uno spostamento verticale di un chilometro. I tempi e le velocità sono di quest’ordine, talora accelerate e talvolta magari accompagnate da stasi di movimento  o momenti negativi.

Uscendo dall’acqua le colline di Cagliari sono state sottoposte al più potente degli agenti erosivi: il mare. Il lento movimento verticale ha permesso che le onde plasmassero in una omogenea superficie orizzontale la sommità di tutte le nostre colline (come quella di Mont’Urpinu) con un’unica superficie lievemente ondulata, spianando anche le rocce più resistenti. Da quando è iniziata l’emersione la vasta pianura uscita dalle acque del mare è stata quindi incisa ed elaborata dalle acque meteoriche e fluviali, che hanno agito secondo la resistenza e la diversa compattezza delle rocce che continuavano il loro lento movimento ascensionale. Sollevamento ed erosione si sono quindi confrontati, col cedimento delle rocce più tenere e meno cementate.

Le colline di Cagliari costituivano delle bioerme, dove organismi fissili crescevano gli uni sugli altri cementati dal carbonato di calcio reso disponibile dai gusci delle conchiglie e dal tallo delle alghe, ulteriormente cementati da deposizioni dirette di carbonato, perché in certi momenti le acque dovevano risultare soprassature di questo minerale; un fenomeno simile capita attualmente nei mari tropicali come quello delle Bahamas: in certi momenti le acque diventano meno trasparenti, lattiginose, per l’alta concentrazione di carbonati ed ad un tratto  sul fondo si deposita un sottile strato di questi minerali. Tutt’intorno alle bioerme doveva esistere una grande distesa di sabbie, plasmate in piccoli bacini più o meno ricchi di forme di vita  che quindi hanno potuto dare origine a rocce più o meno cementate. Queste sono costituite da alternanze di strati lentiformi differentemente cementati, dove le arenarie, derivate direttamente dai corpi sabbiosi, ed i carbonati si sono miscelati tra loro in diverse proporzioni con quindi una resistenza all’erosione sempre diversa: nell’insieme hanno portato alla formazione  delle calcareniti.

La serie stratigrafica della Sella del Diavolo inizia dal basso con un banco potente decine di metri di sabbie poco od affatto cementate.  E’ chiaro che l’erosione ha potuto agire maggiormente su questo strato rispetto ai calcari sovrastanti, generando un profilo classico del contatto tra due formazioni, con la più resistente che sovrasta l’altra: una parete pressoché verticale borderà la formazione rigida sovrastante ed un versante molto meno inclinato verrà a formarsi nella roccia più tenera, protetta da ulteriori erosioni dalla copertura sovrastante. E’ appunto quello che si può osservare nel profilo della Sella del Diavolo dal lato del Poetto: un versante ricoperto di vegetazione, intagliato nelle calcareniti mioceniche poco cementate che si presenta con una acclività variabile che diventa anche molto forte,  sormontato da una parete sub-verticale costituita dal bordo dei calcari.

Occorre considerare che il complesso sommitale della Sella del Diavolo  è costituito in modo non omogeneo da diversi tipi di calcare, tutti del Miocene, distinguibili per le caratteristiche di cementazione e resistenza.

L’aspetto generale di queste unità ha un carattere omogeneo e le prime osservazioni non svelano le differenze di costituzione. Se mai l’occhio viene attratto dall’aspetto esteriore di queste rocce, incise e omogeneizzate dal carsismo superficiale.

Sella del Diavolo, piccole "vaschette" nella roccia con vegetazione

Sella del Diavolo, piccole “vaschette” nella roccia con vegetazione

Quello che più colpisce è l’abbondanza di piccole vaschette scavate nella roccia, riempite di terra ed occupate dalle piante più rigogliose della macchia mediterranea bassa.

Queste vaschette, note col nome slavo di kaminiza, sono state scavate dagli acidi che permettono la trasformazione del carbonato di calcio, insolubile, in bicarbonato di calcio solubile e quindi allontanabile con le acque di scorrimento superficiale. Non si tratta però solo dell’azione dell’acido carbonico, creato dalla combinazione dell’anidride carbonica con l’acqua, bensì dell’azione di acidi più forti ed intensi: si tratta degli acidi umici prodotti dalle radici, quelli preposti alla scombinazione degli elementi per il nutrimento delle piante, che aggrediscono anche la roccia madre e non solo il suolo. Questi acidi hanno quindi la capacità di creare le prime depressioni nella superficie della roccia, agendo normalmente sotto la copertura di un suolo che fornisce l’umidità necessaria. Ora, dopo che l’erosione ha asportato il suolo dai fianchi delle colline, possiamo osservare le tante piccole vaschette, anche solo centimetriche, che si comportano come dei vasi da fiori per permettere alla vegetazione di sopravvivere anche dopo l’asporto del manto di terra che doveva ricoprire le colline durante le diverse fasi climatiche che si sono succedute. All’interno delle vaschette le radici delle piante continuano la loro azione di dissoluzione del calcare per estrarre le sostanze utili per la crescita delle piante stesse. Abbiamo quindi l’allargamento continuo di queste depressioni ed abbiamo anche la formazione di concrezioni carbonatiche, create al depositarsi del carbonato di calcio messo in circolazione.  Quanto viene asportato dai fianchi delle vaschette viene pertanto messo in circolazione dalle acque in esubero durante i periodi piovosi, quindi quanto viene asportato da una parte  si deposita dall’altra, magari come un crostone.

Di conseguenza si crea una sorta di sigillatura di tutte le fratture sulla superficie delle rocce tra una vaschetta e l’altra, con la cancellazione degli aspetti primari dei calcari, rendendo talvolta difficile il riconoscimento della stratificazione che costituisce l’ossatura di queste rocce. Camminando per salire sulla Sella del Diavolo non sarà facile riconoscere il passaggio da uno strato all’altro della roccia. Si osserva una superfice omogenea e pulita, con poco detrito superficiale, che presenta le incisioni prodotte dallo scorrimento delle acque e risulta disseminata di vaschette, spesso nascoste dalla vegetazione che le occupa.

I bordi di queste forme sono smussati ed irregolari. L’allargamento delle vaschette avviene più sulle pareti interne che in superficie, generando delle forme anche campana, che si allargano in profondità. Queste erosioni possono portare all’unione, superficiale o sotterranea, di più kaminiza, con anche dei fori passanti. La maggior parte delle vaschette è di piccole dimensioni, ma ve ne sono anche alcune di dimensioni metriche.  Potrebbero anche superare queste dimensioni nei tratti di maggior copertura vegetale e di maggior accumulo di suolo. E’ una analogia stretta col paesaggio delle doline e del paesaggio carsico, dove le depressioni costituiscono valli chiuse più larghe che profonde, impermeabilizzate dal residuo insolubile e dove possono essere presenti anche dei laghi. Questo ci porta ad ambienti tipici del Carso, dove potremmo prendere come esempio il lago di Doberdò.

Sella del Diavolo, sistema di raccolta dell'acqua piovana verso cisterne (epoca punico-romana) con lo sfruttamento  delle "vaschette" naturali

Sella del Diavolo, sistema di raccolta dell’acqua piovana verso cisterne (epoca punico-romana) con lo sfruttamento delle “vaschette” naturali

Però non tutte le vaschette, nelle condizioni in cui le vediamo adesso, sono in condizioni naturali. Qualcuna è stata svuotata: qualcuno ha tolto le piante ed ha estratto anche la terra. Costituiscono ora  delle piccole riserve d’acqua per gli animali, piccole riserve molto importanti;  perché si riempiano nuovamente di terra occorreranno tempi anche lunghi. Chi le ha svuotate potrebbe essere stato un pastore o comunque qualcuno che lassù doveva passare molto tempo, magari una vedetta. Queste vaschette svuotate costituiscono una piccola riserva d’acqua per gli uccelli e per i conigli che vivono su queste colline.  Non si intende qui approfondire il discorso sulla fauna e sulla botanica, però è chiaro che l’habitat e l’organizzazione superficiale sono strettamente correlati a queste presenze. Le riserve d’acqua sono sempre state importanti: alcune depressioni sono state collegate tra loro tramite incisioni a pettine per facilitare la raccolta delle acque piovane. Lavori come questi hanno condotto anche allo scavo di profonde cisterne a campana, ora nascoste dalla vegetazione, con un bell’esempio vicino alle torri in cima al Monte Sant’Elia. Il complesso collinare ospita importanti tracce di tutta la storia che ha interessato il territorio cagliaritano.

Le forme superficiali sono talora più marcate e formano balze e forre impostate sulle variazioni litologiche e sulle discontinuità messe in evidenza delle faglie. Abbiamo analizzato come il territorio sia tettonizzato, percorso quindi anche da faglie minori che collegano le linee di frattura principali e che spesso creano delle piccole gradinate e delle suddivisioni in blocchi.

In queste variazioni brusche delle forme nella parte interna delle colline possiamo osservare dei salti verticali di alcuni metri dove talvolta si aprono delle piccole cavità che possono giungere a costituire dei ripari sotto roccia. Nelle incisioni delle vallecole e dei piccoli canaloni e possibile ritrovare gli aspetti originali delle bancate calcaree che disegnano gradinate, salti e piccoli anfiteatri.

In queste balze è possibile riuscire a leggere i caratteri delle roccia e valutare meglio i passaggi tra una litologia e l’altra, tra i diversi corpi che costituiscono queste biorme mioceniche. I cavatori ci hanno tramandato dei nomi non correlati con la stratigrafia, bensì importanti per conoscere le caratteristiche di resistenza dei blocchi cavati: pietra forte, tramezzario e pietra cantone; in effetti sarebbe possibile correlare questi nomi col lessico scientifico. La pietra forte costituiva la pietra eccellente per le costruzioni, da utilizzarsi per i muri maestri, mentre il tramezzario identifica la più facilmente lavorabile, utile appunto per completare i lavori di edilizia, mentre la pietra cantone è la più resistente. Veniva anche utilizzata, oltre che per le volte, anche come pietra d’angolo, a livello del terreno, lasciata sporgente rispetto la verticale degli spigoli dei palazzi. Questo permetteva di spostare la ruota dei carri e delle carrozze ed impedire quindi che il fianco della carrozza stessa sbattesse contro il muro delle case: queste pietre d’angolo sono all’origine del termine cantonata, ad indicare lo sbaglio nel prendere una curva.

Sella del Diavolo, sistema di raccolta dell'acqua piovana verso cisterne (epoca punico-romana) con lo sfruttamento  delle "vaschette" naturali

Sella del Diavolo, sistema di raccolta dell’acqua piovana verso cisterne (epoca punico-romana) con lo sfruttamento delle “vaschette” naturali

Le diverse litologie illustrate non sono sempre presenti nelle nostre colline secondo una precisa sovrapposizione geometrica, perché se da un canto la stratigrafia fa corrispondere le diverse litologie a precisi piani stratigrafici, la disposizione delle litologie è complicata non solo dalle faglie ma anche da scivolamenti gravitativi e da pieghe.

Questi movimenti sono avvenuti quando le rocce si trovavano ancora sott’acqua: si tratta di smottamenti sintettonici, quando i sedimenti non erano ancora rigidi.

I movimenti tettonici recenti hanno influito in maniera preponderante sull’aspetto dei paesaggi della Sardegna, che è conosciuta per la varietà delle sue rocce e la presenza di litotipi di ogni epoca. Sono presenti le rocce più antiche d’Italia, che ben rappresentano tutti i piani del Paleozoico, però al contempo, se le rocce sono antiche, il paesaggio in esse intagliato è giovane. I sedimenti dell’Eocene hanno potuto deporsi prima che si sollevassero le montagne del Sulcis, ed abbiamo già visto che i Tacchi mesozoici, od almeno quello di Laconi, erano ancora sotto il livello del mare durante il Miocene. La Sardegna è giovane!

La Geomorfologia è una disciplina che non ha ancora espresso in carte dettagliate tutti gli aspetti dell’evoluzione del paesaggio di quest’Isola, le sue evoluzioni, le condizioni attuali e la predisposizione naturale verso il loro futuro.

Se si analizza una moderna visione dei rilievi della Sardegna, organizzando una mappa che suddivida il territorio in quadri di 10 metri ed indicando per ogni maglia di questa rete i diversi valori di elevazione,  con una prima semplice elaborazione che trasformi in colori od in toni grigio i valori delle diverse quote sul livello  del mare, è possibile far risaltare tanti allineamenti morfologici mai prima messi in evidenza.

E’ possibile riconoscere l’andamento delle faglie regionali già mappate nelle carte geologiche di sintesi ma anche allineamenti particolari che altrimenti non avrebbero avuto modo di essere evidenziati.

La valle del Campidano, identificata dall’unione delle pianure di Cagliari e di Oristano, non è esattamente una valle come tutte le altre; una valle è normalmente identificabile col un bacino di un fiume che scorre dai rilievi di una catena montuosa verso il mare: la valle del Campidano è coincidente invece con una fossa tettonica, delimitata da faglie che la separano dai rilievi bordieri. Quella meridionale è una faglia molto importante, profonda oltre 1500 metri, costituisce il bordo occidentale del Sulcis-Iglesiente che separa in maniera netta la Valle del Campidano. Dall’altro lato dei Campidani il bordo orientale è costituito da tante faglie minori, non tutte identificabili dato il loro limitato rigetto singolo, spesso solo centimetrico,  che comunque, assieme, sollevano i calcari del Miocene della Marmilla fino ed oltre i 500 metri di quota.

Ecco che ora possiamo spiegarci meglio la tettonica che ha guidato l’impostazione della Sella del Diavolo, orientata nella direzione campidanese, e gli sbandamenti verso ovest delle rocce in cui è intagliata, quindi anche la presenza della lunga depressione in cui corre la strada per arrivare a Calamosca, che divide il blocco della Sella da quello del Faro.

Il Poetto dalla Sella del Diavolo

Il Poetto dalla Sella del Diavolo 

Una cosa interessante e molto simpatica che traspare dall’osservazione del DTM (modello digitale del terreno), è come in questa visione matematica della Sardegna si possa ravvisare il profilo di una persona. Si vede molto bene un occhio nel settore del Nuorese ed il naso è identificabile nel promontorio di Monte Santo di Baunei: nell’insieme si vede una persona barbuta  con una berritta in testa, con l’isola dell’Asinara che ne costituisce l’estremità. Una volta identificata la visione del profilo fiero di un uomo, questa sagoma si può riconoscere anche in altre cartografie, ma compare molto bene soprattutto nelle visioni in bianco e nero del DTM.

Per analizzare meglio le forme della Sella del Diavolo confrontiamole  con quelle delle altre colline cagliaritane. Osservando da lontano Monte Urpino, anche lui costituito da rocce mioceniche in giacitura non orizzontale, bensì notevolmente sbandate verso sud-ovest, risulta molto caratteristica la sua superficie sommitale  sub-orizzontale. Questa paleosuperfice è analoga a quella della Sella del Diavolo e delle altre colline di Cagliari; ancor prima di emergere ha cominciato ad essere spianata dalle onde che hanno livellato le diverse litologie, sollevate con un certo sbandamento legato ai movimenti tettonici.

Elaborando il DTM è possibile estrarre le variazioni tra quote vicine, per mettere in evidenza l’importanza dei cambiamenti di quota e la direzione verso cui sono inclinati i versanti. Le carte che vengono prodotte con queste elaborazioni possono essere molto diverse tra loro. Passando semplicemente da una rappresentazione in bianco e nero ad una a colori è possibile produrre una mappa delle fasce altimetriche, molto utile per avere un colpo d’occhio generale, sempre ingrandibile per vedere anche i dettagli di vallecole secondarie, della distribuzione dei rilievi e dell’organizzazione dell’idrografia. Il Servizio Cartografico della Regione Sardegna rende disponibile in Internet le quote delle aree costiere su una maglia basata su ogni metro quadrato. Mettendo in evidenza le acclività, è possibile evidenziare le sommità pianeggianti e caratterizzare con colori contrastanti i versanti secondo la loro  acclività, non solo delle colline cagliaritane ma anche degli altri rilievi, dei Tacchi e  delle Giare; col termine Giara in Sardegna si indicano rilievi con i fianchi molto acclivi e la sommità pianeggiante costituita da una espansione basaltica. Queste lave si sono effuse nel Pliocene e ci forniscono una possibilità di datare i sollevamenti: le eruzioni sono infatti avvenute in momenti di tettonica disgiuntiva, quando sono cessate le pressioni legate al sollevamento e questi momenti di stasi hanno permesso che si aprissero profonde e lunghe faglie che devono aver raggiunto la roccia fusa almeno a trenta chilometri di profondità. Le lave hanno colmato le ampie valli poco profonde in cui era plasmato il Miocene alla fine del sollevamento, con forme ben diverse dalle profonde e strette valli attuali. Dopo le effusioni basaltiche non vi sono stati altri movimenti tettonici e le lave non risultano interessate da faglie. Questo limita il momento del sollevamento tra la fine del Miocene, 5,7 milioni di anni fa, e le datazioni assolute dei basalti, che nel caso delle giare risultano di età compresa tra i 3 e i 3,5 milioni di anni.

Il paesaggio al momento delle effusioni vulcaniche doveva essere dolce ed ondulato, con basse colline tra le quali sono avvenute le effusioni. Ora il paesaggio è completamente diverso e le lave costuiscono la sommità di rilievi con fianchi molto acclivi, in “inversione di rilievo”, cioè ciò che era un fondo valle ora costituisce la sommità del rilievo che si erge di circa 400 metri rispetto al paesaggio ondulato circostante. Le colline di un tempo sono state completamente erose e tutto del paesaggio precedente è stato totalmente smantellato dall’erosione che ha accompagnato i sollevamenti. I corsi d’acqua di tutta la Sardegna avevano dovuto assumere un profilo molto acclive in seguito ai sollevamenti e per tornare a profili più regolari che hanno dovuto intagliare profondamente il paesaggio, lasciando paleosuperfici a varie quote, sia nei territori interni che lungo le coste. Tanti corsi d’acqua scorrono ancora oggi in valli profondamente incise e prive di sedimenti nel fondo valle, segno della continua attività erosiva e di un equilibrio non ancora raggiunto.

Sella del Diavolo, paleovalle

Sella del Diavolo, paleovalle

Alla Sella del Diavolo il paesaggio sommitale è bruscamente tagliato dall’arretramento della falesia;  le paleovalli risultano come sezionate e mostrano i loro profili esposti con un brusco taglio verso il mare, a testimonianza di paesaggi completamente diversi, ricostruibili utilizzando i vari indizi ricavabili dalla visione sinottica delle immagini da satellite.

Anziché osservare immagini e i modelli digitali possiamo analizzare direttamente gli aspetti e le forme del paesaggio attuale, le stesse che hanno attratto l’attenzione dei cartografi antichi. Alcune mappe del sedicesimo secolo avevano già messo in evidenza i caratteri salienti del paesaggio e le difficoltà di attraversamento dei territori interni della Sardegna; analizzando un po’ tutte le carte, sono sempre ben evidenti i tratti di coste frastagliate di tutta l’Isola, talvolta con rappresentazioni esasperate. Dalle prime mappe dettagliate, a partire dai rilevamenti topografici del La Marmora,  è possibile analizzare le analogie di certe forme e cominciare a meditare sull’origine di tali aspetti.

Oltre che alle conseguenze delle varie fasi tettoniche ed all’influenza delle diverse resistenze all’erosione della gran varietà di tipi litologici, gli aspetti del paesaggio sardo sono da mettere in relazione anche con le reazioni ai cambiamenti climatici ed in particolare coi periodi glaciali.

Il Quaternario è l’era in cui viviamo. E’ caratterizzata dalle tante glaciazioni che si sono succedute, causate da oscillazioni particolari dell’asse terrestre che avvengono con cicli di circa 20.000 e 100.000 anni e loro combinazioni. Questi periodi glaciali, dove l’ultimo si è sviluppato circa 15.000 anni fa, quindi in tempi relativamente vicini, hanno portato a ripetuti abbassamenti del livello del mare a causa della formazione di immensi ghiacciai continentali.

Il livello mare in questi periodi era inferiore anche di 120 metri rispetto al livello attuale e certo il paesaggio doveva essere profondamente diverso.  Davanti alla Sella del Diavolo si estendeva una grande pianura che terminava con vastissime spiagge; oltre al paesaggio anche il clima era diverso, con un ciclo dell’acqua più veloce, più pioggia e più acqua nei fiumi, che erano costretti ad incidere il loro alveo per raggiungere il nuovo livello di base.

L’erosione era quindi molto forte: le prospezioni sismiche hanno evidenziato che i corsi d’acqua costieri avevano inciso i loro sedimenti e la roccia in posto con tagli a V, in corrispondenza delle attuali foci, profondi anche 70 metri, com’è stato dimostrato dalle prospezioni geofisiche nello stagno di Santa Gilla. L’erosione era sentita anche sulle montagne, ma in particolare vicino alle coste, dove era più forte l’erosione, data l’influenza del vicino livello di base molto più in basso del normale. Questo spiega l’assenza del detrito che dovrebbe essere normalmente presente introno a tutti i rilievi e l’aspetto scabro delle superfici rocciose, nonché l’asporto dei materiali ai piedi delle falesie.

Vi sono state più glaciazioni e ciascuna era costituita da più cicli, quindi la linea di riva è stata profondamente mutata molte volte ed arretrata rispetto alla paleolinea di riva dell’epoca pliocenica precedente le glaciazioni, quando la Sardegna era ben più larga.

L’ultima risalita del mare è avvenuta lentamente e sta ancora avvenendo; in epoca romana il mare doveva essere più basso dell’attuale di almeno di un metro e in epoche preistoriche era molto più basso: ecco quindi che i rilievi del Capo potevano fornire i ripari necessari per i trogloditi che utilizzavano i vasti territori di caccia costituiti dalle piane costiere intorno al Sant’Elia e che attualmente risultano sommerse.

Sella del Diavolo, parete di Cala Fighera, con insenature a mare

Sella del Diavolo, parete di Cala Fighera, con insenature a mare

Nell’ambiente carsico della Sella del Diavolo sono numerosi i piccoli ripari sotto roccia, ma sono presenti anche cavità più importanti come la grotta di San Bartolomeo e la Grotta dei colombi.

Nella prima sono stati rinvenuti resti di ceramica che hanno permesso di istituire un periodo ben particolare della storia prenuragica della Sardegna, mentre la Grotta dei colombi non è stata particolarmente studiata, benché sia stata citata nei lavori di alcuni archeologi: si apre a livello del mare, impostata su due fratture che hanno guidato l’allargamento della fessura originale fino all’odierna cavità, certo allargata anche dall’azione diretta del mare durante i periodi interglaciali. E’ probabile che la grotta abbia una prosecuzione anche sotto al riempimento detritico che ne costituisce l’attuale pavimentazione: molto probabilmente è stata approfondita ulteriormente durante i periodi in cui il livello del mare era più basso.  Al suo interno sono state rinvenute delle tracce di sepoltura, purtroppo disturbate dai tombaroli.

Nel succedersi dei cambiamenti climatici le pulsazioni glaciali sono state molte, quindi il mare si è ritirato, ha scatenato l’erosione, il mare è tornato portando a forme di accumolo, il mare si è nuovamente ritirato e via di seguito, tante volte. Nei periodi più caldi il mare è entrato a invadere anche terre oggi emerse, cioè il livello si è sollevato ben oltre la sua quota attuale; in certe fasi interglaciali il mare è salito di otto – dieci metri rispetto al livello attuale, allargandosi in spazi attualmente occupati dalla città; nel corso di queste ingressioni marine il sollevato livello di base ha costretto i fiumi a depositare il materiale trasportato a colmare le depressioni precedentemente provocate, colmandole di sedimenti. Dove quest’azione non ha potuto svilupparsi per mancanza di materiale sono rimaste le depressioni degli stagni costieri e le lunghe insenature.

Queste fasi sono documentate, oltre che dalla deposizione di sedimenti, anche da depositi fossiliferi. Si tratta di fossili che fanno identificare faune di mare caldo, essendosi sviluppate durante i periodi interglaciali; queste faune, per lo più costituite da molluschi, sono analoghe a quelle che ancor oggi vivono lungo le coste del Senegal.

Il sollevamento è stato naturalmente coevo in tutto il mondo, ed è stato chiamato periodo Tirreniano.

Il punto particolarmente importante è costituito dalla sezione tipo di questi depositi tirreniani, studiata ed istituita a Calamosca da Arturo Issel, nel 1914. Cioè i fossili che caratterizzano questo periodo, sono stati riconosciuti e studiati per la prima volta a Cagliari ed identificano il Pleistocene superiore. La sezione tipo serve di riferimento per confronti con tutte le altre località analoghe.

Sella del Diavolo, promontorio

Sella del Diavolo, promontorio

E’ una località da preservare perché molto spesso i paleontologi e gli stratigrafi accompagnano studiosi stranieri che vengono a confrontare gli aspetti delle loro coste con quella di Calamosca, purtroppo in un ambiente non valorizzato ed anzi degradato da depositi, ruderi, abusivismo e materiali abbandonati. Eppure li sono ancora presenti i fossili che hanno permesso a Issel di studiare il periodo Tirreniano e di instituirlo come uno dei piani della scala stratigrafica “Issel (1914) defined the Tyrrhenian with reference to outcrops in the Gulf of Cagliari that contain a warm-water fossil fauna indicative of a near shore setting. These outcrops still exist today and are well exposed”.

Se si analizza una tavola che riporti le fluttuazioni del livello del mare rispetto al passare del tempo durante il Quaternario, sarà possibile valutare quante glaciazioni ci sono state e sarà possibile rendersi conto che il mare è disceso più volte oltre il limite dei meno cento, così come tramite una simile tavola sarà possibile vedere che nei movimenti più recenti vi sono stati anche sollevamenti positivi di una decina di metri, raggiunti 120.000 anni fa e circa 90.000 anni fa, che corrispondono a due fasi del periodo tirreniano (Tirreniano 1 e 2). Attualmente siamo in una fase di sollevamento del livello del mare, esasperata anche dall’intervento antropico che ha contribuito ad accelerare questa risalita.

Analizzando queste pulsazioni nel territorio cagliaritano dobbiamo accettare che nei periodi più freddi le erosioni abbiano eroso profondamente le piane costiere mettendo a nudo le rocce sottostanti, mentre durante i periodi caldi il mare è entrato profondamente ricoprendo i territori dove oggi si trovano le costruzioni di Quartu, Pirri e Monserrato. Al ripristinarsi di un livello simile all’attuale si era creata una paleolinea di riva corrispondente alla fascia di Is Arenas (tirreniana), che racchiude verso mare la depressione di Molentargius. Lo stagno di Quartu, quasi totalmente trasformato in saline e che risulta chiuso  dalla fascia della spiaggia attuale del Poetto è invece da ascriversi all’ultimo riequilibrio, quello appunto attuale.

Durante gli abbassamenti del livello del mare i collegamenti diretti tra la Corsica e la Sardegna erano possibili, completamente liberi dalle acque del mare, invece tra la Corsica e la Penisola italiana un simile collegamento è sicuramente esistito nelle fasi più antiche, mentre recentemente un’ultima fase tettonica ha contribuito a riabbassare i territori tra la Corsica e l’Isola d’Elba e quindi anche durante l’ultimo glaciale i collegamenti erano impossibili.

Iris planifolia

Iris planifolia

Precedentemente agli sprofondamenti del primo Quaterenario quei terreni lasciati liberi dal ritiro delle acque del mare avevano potuto permettere il passaggio non solo dei cervi, ma anche di tanti animali di una fauna più africana, come iene e elefanti.

Alla fine del Miocene, nel Messiniano, un complesso periodo di crisi aveva permesso altri trasferimenti direttamente dall’Africa alla Sardegna, rappresentati dal cranio di coccodrillo scoperto all’inizio del secolo scorso in Piazza d’Armi.

C’è stato infatti un periodo di completo disseccamento dell’intero Mediterraneo. Prima di quell’epoca il paleo Nord Africa era completamente sott’acqua e formava un largo passaggio tra l’Oceano Atlantico e gli oceani asiatici, costituendo il Mare della Tetide. I movimenti verso Nord del continente africano hanno fatto emergere dall’acqua i sedimenti miocenici ed hanno portato alla formazione della Catena dell’Atlante, coeva alla crescita delle Alpi e degli Appennini. Durante questi movimenti una rotazione africana, questa volta in allontanamento dall’Europa, aveva permesso lo sviluppo del bacino del Mediterraneo e l’isolamento e rotazione del complesso sardo-corso. Alla fine del Miocene le grandi linee del disegno geografico attuale erano già delineate, ma il nostro mare, che riceveva apporti d’acqua dall’Atlantico, si trovò improvvisamente con una chiusura completa verso Est. In quell’ambiente, simile all’attuale, il bilancio idrico tra evaporazione ed acqua immessa dai fiumi era deficitario. Il periodo di siccità deve aver avuto delle pulsazioni e sul fondo del mare si sono accumulate ingenti quantità di sale, evidenziate dalle prospezioni geofisiche e dai sondaggi. Certo poi dev’esserci stato un periodo di riempimento, durato centinaia di anni, tramite le “cascate di Gibilterra”. Anche quello è stato sicuramente un periodo di forti erosioni per tutte le terre emerse.

A Calamosca il Tirreniano risulta sedimentato/placcato sia sui calcari miocenici che sulle calcareniti di età quaternaria. Si tratta di sabbie cementate, quindi di paleodune formatesi nei periodi glaciali precedenti. Infatti nei periodi freddi i venti potevano raccogliere polveri e sabbie dalle ampie pianure  che si erano formate e le accumulavano sui rilievi costieri. E’ possibile trovare queste sabbie lungo tutte le coste della Sardegna e quindi anche nella baia di Cala Mosca. Le più recenti, riferibili all’ultimo glaciale, sono costituite da sabbie sciolte, ed in talune parti della Sardegna costituiscono ampi campi dunali, mentre le più antiche risultano cementate dai carbonati derivati dai frammenti conchigliari. Queste sabbie sono presenti, sia libere che cementate, su tutti i  versanti di complesso della Sella del Diavolo. In esse sono state ritrovate ossa di cervidi, a testimoniare un ambiente ben diverso dall’attuale.

A Calamosca abbiamo la possibilità di osservare un po’ tutto: il basamento costituito da sabbie ed argille, le calcareniti ed i calcari miocenici, le dune cementate ed i fossili tirreniani, quindi coltri di sabbie eoliche più recenti che si confondono col suolo di copertura.

E’ anche possibile rendersi conto dello sbandamento della stratificazione nel promontorio della Sella del Diavolo, col tavolato calcareo di copertura sbandato verso Calamosca, che lascia esposto il basamento sabbioso dal lato del Poetto, sotto gli ulivi e tra la vegetazione alta che caratterizzano quel settore.

Cala Mosca, il Faro

Cala Mosca, il Faro

Da Calamosca verso il faro la situazione si ripete: nella baia a livello del mare sono presenti le sabbie argillose che salgono come calcareniti fin sotto il faro, dove si ritrovano i calcari più resistenti.

E nelle cave che possiamo raccogliere le migliori osservazioni geologiche. Sarà possibile osservare la presenza degli “slumping”, scivolamenti gravitativi avvenuti quando il materiale era ancora plastico; quando questi sedimenti sono stati sollevati dalla tettonica pliocenica che ha portato alla loro emersione, erano costituiti ancora da fanghi e da ciottoli non cementati: sono scivolati lungo il versante ancora sommerso che veniva intanto inclinato e sollevato, creando dei movimenti di frana che hanno creato delle “sacche” simili a pieghe.  Nella foto si notano tre episodi successivi.

Il paesaggio è complicato dall’intervento dell’uomo; il capo dev’essere sempre stato un punto di osservazione, lo testimoniano le torri di avvistamento e le cisterne, romane od ancora più antiche, scavate nella roccia; da lassù hanno controllato l’arrivo delle navi o la tranquillità delle loro navi ancorate, fino ai primi anni della seconda guerra mondiale, prima dell’avvento del radar. Il territorio è stato anche luogo di altre importanti attività: il taglio di pietre da costruzione è durato millenni e le pietre sono anche state tagliate per farne macine da mulini. Sono notevolissimi gli scavi ed i terrapieni rimasti dopo l’attività di cava che ha caratterizzato questo settore e che ora costituiscono una parte integrante del paesaggio, difficilmente distinguibili da una evoluzione naturale.

Tutt’intorno al Forte di Sant’Ignazio si trovano ampie depressioni che sembrano vallette naturali ed anche la parete occidentale del promontorio della Sella del Diavolo è segnata da grandi cave e da depositi di materiale di scarto. C’è da segnalare che a Calamosca è presente anche una cava romana: nella baia, a livello del mare, si vedono ancora i segni degli scalpelli da dove furono staccati i blocchi serviti per chissà quale importante costruzione della vecchia Calaris.

il litorale di Cala Mosca

il litorale di Cala Mosca

 

pannelo del sentiero "verde" della Sella del Diavolo

pannelo del sentiero “verde” della Sella del Diavolo

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