Archeologia sulla Sella del Diavolo.

Sella del Diavolo, preistoriaFin dal neolitico antico, il promontorio di S. Elia risulta frequentato ed abitato, come testimoniano i reperti rinvenuti nella grotta di S. Elia nel 1878 (scavi dell’Orsoni) e nella c.d. stazione all’aperto della Sella del Diavolo o di Marina Piccola.   Anche per il neolitico medio ci sono attestazioni sicure di frequentazioni dell’area, rappresentate dal vasetto globulare biansato e con collo cilindrico rinvenuto nella grotta del Bagno penale (scavi del Taramelli, 1903).    Nel neolitico recente le tracce di insediamenti in vari siti del promontorio si fanno più cospicue: oltre ai rinvenimenti nella grotta di S. Bartolomeo (oggi scomparsa a causa di una frana) ed alla presenza delle domus de janas della catena del Semaforo e di S. Bartolomeo (forse monocellulare), sono stati documentati fondi di capanne e resti di focolari con avanzi di pasto, ceramiche e strumenti litici nella c. d. stazione del Poetto e nella grotta dei Colombi (ora accessibile solo dal mare), che ha restituito resti umani e materiale archeologico della prima età del ferro.  Al bronzo antico datano le tracce di cultura di Bonnannaro riscontrate nelle grotte di S. Elia, di S. Bartolomeo e del Bagno penale, mentre ceramiche nuragiche sono alquanto diffuse su tutto il promontorio (in particolare nella grotta del Bagno penale) e datano al bronzo medio e recente ed alla prima età del ferro.   Nella cartografia pubblicata dal prof. Enrico Atzeni (Dipartimento di Scienze archeologiche e storico-artistiche dell’Università di Cagliari), autore di indagini topografiche e scavi (1950-1970), sono ben evidenziati i singoli siti.  In epoca protostorica e storica l’area non sembra facesse parte del nucleo urbano, ma piuttosto poteva costituire un importante polo culturale-religioso della sua periferia orientale.   Queste considerazioni (sia di storici che di urbanisti) tengono conto della presenza di resti del tempio di Ashtart o Venere Ericìna, frequentato in epoca punica e romana, e di poche vestigia relative al monastero benedettino di S. Elia, di epoca medievale, ancor oggi visibili.    Le rovine del tempio punico furono identificate come relative al santuario di Ashtart grazie al rinvenimento in situ di un epigrafe con colombe (simboli della dea) recuperata dal Nissardi e conservata al Museo Archeologico nazionale di Cagliari (C. I. Semiticarum, n. 140).   Il testo dell’iscrizione, datata al III sec. a. C., inequivocabilmente si riferisce al culto della dea punica identificata con Venere, alla quale era connessa la pratica della prostituzione sacra attestata già nel santuario siciliano da cui deriva l’attributo di Ericìna.  Il culto di Ashtart – Venus Erycina è, secondo alcuni studiosi, caratteristico dei grandi empori marittimi arcaici, dove grandi santuari, generalmente extra-urbani, tutelavano e garantivano gli scambi commerciali con popoli diversi.  Per la Kalaris (o Kalares) punico-romana, l’odierna Cagliari, gli scambi avvenivano con greci, etruschi, punici, componenti indigene, ecc.).  Accanto ai resti del tempio è una cisterna punica, ancora ben individuabile nella sua caratteristica pianta allungata e nel profilo delle pareti che vanno a restringersi verso l’alto.   Poco distante rimangono alcune testimonianze della successiva presenza romana: una cisterna idrica ed un connesso sistema di raccolta dell’acqua piovana.    Da notare sono resti stradali (anche con impronte del passaggio dei carri), compresa una tagliata nella roccia, che indicano un collegamento viario che saliva dal sottostante Portum Salis (Marina Piccola) fin alla zona degli edifici religiosi.

 

Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico

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